Il poeta, scrittore e slavista Angelo Maria Ripellino
Questo piccolo saggio a mia firma è stato pubblicato sul numero 4 (appena uscito e prenotabile) della rivista semestrale di letteratura ed arti “Metaphorica” , diretta da Saverio Bafaro che ringrazio
“Quando partono i comici scende pesanza nel cuore». Così principia la poesia di un malinconico e ilare siculo che aveva assunto a terre d’elezione le brume praghesi, le guglie barocche delle città slave. Un palermitano nelle steppe della “grande madre Russia”, Angelo Maria Ripellino, di cui in questo 2023 ricorrono i cent’anni dalla nascita. E Ripellino, poeta trasognato, saggista inarrivabile, docente universitario adorato dai propri studenti, nonché miracoloso traduttore di grandi e misconosciuti poeti e scrittori dell’est Europa nei tempi oscuri della “cortina di ferro”, un poco clown e querulo geniale comico lo è stato. Anzi, la clownerie e la rêverie, la meraviglia e lo sdegno sono stati i bassi continui della sua esistenza e della sua preziosissima, originale, infaticabile opera creativa e di studioso.
Se a lui si devono memorabili traduzioni e studi su Pasternak, Majakovskij, Chlebnikov, Holan, Cvetaeva, Puskin, Cechov, Kafka, Blok e molti altri, riuscendo a far passare rocambolescamente tali lavori oltre i confini del “Patto di Varsavia” per far conoscere in Occidente autori ignorati in parte fino a quel momento, Ripellino ha scritto, nel magma della sua rutilante produzione e sempre alle prese con i più vari e crescenti malanni (che lo relegarono anche per un periodo in un sanatorio boemo), pagine insuperabili di poesia e di saggistica, di critica teatrale e musicale (era un intenditore di jazz), con un senso disincantato e funambolico della realtà e dell’opera, della vita e della morte. Ironia e solitudine, gaiezza da guitto e trapezista della parola, sia essa gergale e inventata che desueta e libresca. Un mondo inquieto e magico, quello dello scrittore siciliano, umorale e pittorico, pur con un occhio critico alle magagne della storia e della cronaca.
Personalità poliedrica e fascinosa, con l’armamentario di un intellettuale che ha letto quasi tout le livres, Ripellino è un sacerdote laico e moderno della sensibilità e dei climi, linguistici e immaginifici, del Barocco. In questo non dissimile da altri grandi poeti e scrittori della Sicilia novecentesca: Lucio Piccolo e Gesualdo Bufalino, Giuseppe Bonaviri e Edoardo Cacciatore, persino a una certa produzione di Bartolo Cattafi. In lui i fulgori dell’isola natìa si miscelano con la razionalità nichilista dell’amata Mitteleuropa e con le atmosfere del mondo slavo a cui ha dedicato una vita di devozione, fino a sposare Ela Hlochova una ragazza conosciuta nella capitale boema e divenuta moglie e compagna di una vita.
Caratteristici e dichiarati i topoi del mondo poetico ripelliniano: il circo, le candele, i pagliacci, il ciarpame delle soffitte, la malattia, l’amore sempre inseguito, i paesaggi nivei e umbratili, la vecchiaia e la morte (vero cardine della sua demonìa letteraria ed esistenziale), le città amate, le stagioni declinanti e la musica, i treni e gli animali totemici della sua immaginazione. Tutto è ammantato da toni colloquiali e pirotecnici, in un cigolare di fonemi ammalianti e sonori, di metafore e simboli, di scivolamenti favolistici, creazioni tragicomiche e metafisiche, pittoresche e grottesche, accensioni verbali, posture stoiche ed infantili, incursioni nella cronaca, straniamenti. Un alternarsi costante di luce e buio, di maschera e verità, di elementi umili e impennate araldiche. Un certo decadentismo crepuscolare va a braccetto con la grande lezione delle avanguardie, surrealismo, cubismo, dadaismo su tutte. Sarebbe inutilmente pedante squadernare qui tutti gli ingredienti tecnici e retorici del suo magnifico baule di autore-teatrante, in un impasto di rime, paranomasie, allitterazioni, invenzioni improvvise, elencazioni infinite, artifizi sorprendenti ed esilaranti, un fitto intrico di rimandi.
L’alto e il basso in Ripellino convivono con esiti ragguardevoli e del tutto personali, non di rado le sue costruzioni mitopoietiche si risolvono in inedite elegie noir, in fattucchierie gotiche. I suoi incontri e profonde amicizie con autori enormi della letteratura slava (Pasternak, Evtushenko, Holan, Seifert) sono scolpiti in memorabili e commossi resoconti. Impossibile dimenticare i suoi splendidi saggi-racconto in cui arte poetica, esperienza memoriale, erudizione autentica e passione da studioso precipitano in un travaso continuo: Il trucco e l’anima sul teatro russo d’avanguardia, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Storie del bosco boemo, Saggi in forma di ballate, le cronache teatrali e circensi di Siate buffi, L’arte della fuga e l’indimenticabile Praga magica sono vere e proprie pietre miliari. Così come sintomatici sono i titoli delle sue raccolte poetiche: La fortezza d’Alvernia, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde, Autunnale barocco. C’è tutto Ripellino. Divulgatore straordinario, uomo generoso ed empatico, auto-ironico, amava rappresentarsi e sdoppiarsi nei versi con la storpiatura del proprio cognome: Vanellino, Gobellino, Novellino, fino a identificarsi nell’eteronimo dell’Hölderlin folle, Scardanelli. A questa incredibile attività, non possono far velo una certa vocazione autocompiaciuta e vittimistica, seppure sorvegliata, di cui Angelo Maria era pienamente consapevole. Ciò non di meno, la sensazione in alcuni momenti è quella di una reprimenda verso il mondo, colpevole di distrazione, e verso sè stesso, senza soluzione di continuità.
Partecipe del dibattito culturale del suo tempo (tra l’altro fu protagonista di un breve passaggio nel Gruppo 63 dal quale comunque lo dividevano troppe cose), soprattutto nelle sue “cronache” pubblicate sull’Espresso sferza, lui di certo non reazionario, le ipocrisie e i misfatti del mondo comunista sotto il tacco sovietico; memorabili i suoi resoconti da Praga durante l’occupazione dei carri armati di Mosca, così come le sue uggiose frustate rispetto alla contestazione giovanile di quegli anni. Erano le frustate di un uomo che pure nel 1948 aveva aderito al gruppo di scrittori che avevano appoggiato il Fronte Popolare, ma il cui solitario anticonformismo e amore per la libertà erano destinati a prevalere. In contatto con intellettuali e scrittori perseguitati da quei regimi, Ripellino più di una volta mise a repentaglio la sua incolumità personale. Benché presente come un albero dalle radici rizomatiche (aveva frequentato il Centro sperimentale di Cinematografia e il movimento pittorico Forma 1, scritto libretti per Luigi Nono, vinto numerosi premi prestigiosi e vergato adattamenti per il teatro), la sua natura era quella di un appartato irregolare. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo ventesimo la sua produzione ha effettivamente arricchito il panorama teorico, critico e creativo del mondo intellettuale e letterario italiano. A lui si devono numerose e coraggiose antologie della poesia russa, ceca e polacca. Studi sul teatro ugro-finnico, sul cinema slavo, sul mondo dei burattini e delle marionette. Senza la sua instancabile opera di traduttore e curatore, molte opere di quel mondo ad est della nostra Penisola non sarebbero mai giunte sino a noi. Giacinto Spagnoletti parlava di «compresenza di storia e antistoria»[1] in Ripellino.
Il suo veleggiare dentro il proprio tempo era inversamente proporzionale al suo progressivo sentirsi estraneo, la percezione costante di essere troppo presto dimenticato. In lui tutto era, in fondo, intriso di un rito teso ad esorcizzare la morte, in perenne bilico tra volo e caduta. L’esperienza di una inestinguibile tubercolosi e di problemi cardiaci che lo avevano afflitto, con alterne vicende, sin da giovane non potevano, del resto, non lasciare il segno. La morte, sorella discreta di tutta la sua vita, lo colse a Roma nel 1978, a soli 55 anni. Era infatti nato a Palermo nel 1923. I suoi timori si tradussero in realtà.
Angelo Maria Ripellino fu presto dimenticato dopo la sua scomparsa, per vari lustri. Solo dagli anni Novanta del secolo scorso la sua figura e la sua opera sono stati oggetto di una progressiva riscoperta, di omaggi e tributi crescenti, grazie soprattutto al lavoro di scrittori e studiosi come Alessandro Fo e Antonio Pane. Nel corso di questo 2023 ho partecipato a uno dei tanti appuntamenti promossi per il centenario della sua nascita. Si era presso la Facoltà di Lettera dell’Università “Sapienza”, a Roma, dove Ripellino ha insegnato per anni Lingua e Letteratura russa, prendendo il posto di Ettore Lo Gatto. Ricordo nitidamente una reunion non accademica, ma composta e commossa, la presenza di tanti suoi allievi ormai incanutiti dall’età, ma testimoni di ricordi vividi e irripetibili, nella memoria feconda del maestro palermitano e delle sue lezioni scoppiettanti che aprivano mondi. Nella sala del museo archeologico della Facoltà, a un certo punto qualcuno dal tavolo dei relatori ha fatto echeggiare la seguente domanda: «Vi sono tra voi studenti del professor Ripellino?». Dopo pochi secondi, come funghi in un sottobosco, ad uno ad uno si sono levati una sequela di «io!» e, timidi e commossi, consapevoli e orgogliosi, i vecchi allievi del professore si sono presentati, alzandosi in piedi e testimoniando un rapido ricordo. Il fantasma di Angelo Maria sembrava aleggiare, come un professor Keating ante-litteram. E a lui, forse, non sarebbe affatto dispiaciuto.
AG
Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello,
daga, cappio, ferro in fuoco, oscurità, malsanìa,
sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta:
anche se nonostante, continuo ad amarti.
Comunque tu sia, laida e scrignuta e streghesca e malvagia,
sei sempre vita, e preziosa nel mio lapidario.
Verde riviera, non abbandonarmi:
anche se involto d’atroce malinconia,
non voglio smarrirti, zitella dal fiato pesante,
guercia bigotta, garrula becchina,
tu rogna e affrantura, tu amore, mia vita,
tu limpida vita, tu vita inimica, ma vita.[2]
[1] Dalla Introduzione di Giacinto Spagnoletti al libro postumo di Ripellino Scontraffatte chimere, Pellicanolibri, 1987.
[2] A. M. Ripellino, Poesie 1952-1978, Einaudi, 1990, p. 44.
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