Un quadro di Lizzio
Un netturbino, pardon un operatore ecologico, flirta con la notte cittadina e l’illumina. Ne monda le strade immonde e vi spalma, squillanti, i suoi colori. Un operatore ecologico, pardon un netturbino, trova nella notte la sua casa, per circostanza, per necessità, per dovere. E ne fa il piccolo-grande tempio dell’anima, l’officina dello sguardo che trasmette i movimenti del cuore sulla tela bianca del pittore.
Giosuè Lizzio (ignoro, qualora vi sia, dove si collochi l’accento nel cognome), quarantenne siciliano di Catania, abita a Terni. E qui lavora, dipinge. Qui, in questa ferrosa e piatta città umbra, attraversa le vie, i vicoli e le piazze negli orari in cui la tenebra è sovrana, ridisegnando il buio e le cose che vi si trovano: via Fratini, via Battisti, piazza Tacito, viale della Stazione. Più che istantanee, un racconto breve e visionario nel quale la notte partorisce la luce e la realtà diventa sogno. L’immobilità delle case e dei palazzi si trasforma in messaggio che colpisce l’immaginazione, i lampioni accesi, i treni, le macchine, i rari corpi umani, acquisiscono i contorni di un rebus estatico, sbattuto sulla faccia di chi guarda. Giosuè pittura la notte, i suoi angoli, i suoi vuoti, le sue geometrie. E lo fa con il cuore di un ragazzo preoccupato. Cosa sono i potenti, gialli volumi vangoghiani e le masse di blu profondo che campeggiano, prevalenti ed intensissimi, nelle sue tele, se non la rappresentazione inquieta e dardeggiante della compassione verso l’umano? Cosa sono le sue finestre solitarie e illuminate se non la ricerca di una pace e di una armonia nascoste nell’apparenza impenetrabile e indecifrabile della notte?
Giosuè è un ragazzo di poche parole e dagli occhi liquidi. Pare ispirarsi al situazionismo metafisico di Edward Hopper, fa il verso al cromatismo impressionista di Paul Gauguin. Nei suoi “notturni” realismo e onirismo si baciano, romanticismo ed esistenzialismo camminano nei viali dipinti. Tutto, o molto, nella pittura di Lizzio appare primitivo e, nello stesso tempo, definitivo, grezzo e cubista, preciso e sfumato. Tutto, o molto, rimanda ad altro. Il suo favolismo pittorico considera le cose che vede e da esse, reali, scaturisce il colore per contrasto. Per inondazione. Di colore, di calore. Alcuni dicono che Giosuè Lizzio si farà, che affinerà il suo pennello. Noi, per ora, apprendisti stregoni, ne godiamo l’aurorale magia, la nascosta tenerezza appuntita. Per ora, alcuni suoi quadri si possono ammirare in un ristorante da capo di via Cavour, vicino alla piazza, dentro il “Cantiere di Arti Urbane”. Tenera è la notte.
A.G





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