La copertina del saggio letterario di Andrea Giuli
Caro/cara poeta dei nostri giorni,
è solo un puro caso, una coincidenza non procurata (ve ne sono, sai?), che io ti scriva questa lettera nel pomeriggio di Natale dell’anno del Signore nascente 2021. Non di meno, mentre impazza una insidiosa pandemìa, queste mie parole vorrebbero addobbarsi ad una qualche aura di franca solennità. Piove da un pezzo e il sole declina.
Ma cominciamo dal “caro poeta”. Non esiste termine più preciso, pieno, suggestivo, impegnativo, antico di “poeta”. Ma è troppo tempo ormai che esso ha perduto tutte queste caratteristiche, risciacquato come è in usi improvvisati, sciatti, superficiali e inutilmente gaudenti. È “poesia” una canzone, un abbraccio, un tramonto, un dolce benfatto in casa e via di questo passo. No, non è così. Il termine, in realtà, andrebbe usato il meno possibile, con parsimonia, con pudore. E non perché indichi qualcosa di sacro, sovrannaturale, distante, intangibile. Oddio, forse qualcosa di sacro ci sarebbe pure, nel senso lato del lemma. Tuttavia, al punto in cui siamo, sarebbe meglio astenersi dal pronunziarlo, specie riferendosi a se stessi. Lo so, la tentazione del contrario è forte. Occorrerebbero eventualmente una dose di consapevolezza e di spudorato sarcasmo non comuni.
Tu stesso ti chiederai, in fondo, che male c’è nel definirsi poeti se si scrivono versi e magari poi si ha la piuttosto facile ventura, oggigiorno, di pubblicarli? Ecco, se è vero che il poeta è banalmente un individuo, una persona, e senza alcuna intelligenza con le sfere superne, non tutte le persone che si ritengano poeti, però lo sono; non lo sono, vieppiù, tutti quelli che scrivono o pensano di scrivere poesie. La poesia non si spiega e non si definisce, tuttavia è probabilmente una delle poche attività dell’uomo dotate ancora di una intrinseca dignità e perfino di una funzione benefica verso il genere umano.
Per questo, a maggior ragione, astieniti il più possibile dall’identificarti “poeta”, fallo semmai con discreto fremito; dubita una volta di più, non della sincerità o legittimità di ciò che metti in versi veri o presunti, bensì della loro necessarietà, profondità, bellezza. Sia chiaro, personalmente mi ritengo poeta, raramente mi definisco tale, almeno in pubblico. Quando lo faccio provo istintivo imbarazzo o sprezzo del pericolo, poiché il poeta non è strettamente corretto sovrapporlo alla categoria “scrittore”. Franco Fortini, in una sua celeberrima poesia, così scriveva: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. Fortini, oso dire, sbagliava. Almeno nell’ultimo, perentorio inciso. Credo, piuttosto, sia vero il contrario: certamente nulla è sicuro e la poesia non ha poteri palingenetici, ma, caro poeta, se veramente vuoi bene alla poesia leggine anzitutto tanta, sino allo sfinimento e non escludere – riflettici – il grande sacrificio, ovvero il non scriverne, poiché è la poesia che va servita ed essa si impone a chi la scrive con un uragano di interrogativi, dubbi, strazianti insufficienze. Se tale turbinìo non ti assale, ferma la mano e che il foglio resti bianco.
Sii perciò spietato con te stesso, se la Musa non ti parla con parole di verità, originalità, autentico rodimento, aporie irritanti, malinconica euforia; se ciò che metti in sequenza su quel foglio non decolla, non si schiude immediatamente ai tuoi sensi e non ti scuote in rilettura, non scrivere. Eventualmente, attendi. In quel momento, seppure a te sembrerà non essere così, la poesia non passa presso la tua stazione. Forse non ci passerà mai. È doloroso, ma non scrivere. O la poesia stessa né morrà, lentamente. Inesorabilmente. Se proprio devi chiamarti poeta, fallo con circospezione, con indulgente sconcerto, con un sorriso appena piegato. La poesia richiede un trapezistico equilibrio, una architettura inspiegabile e concreta. La verità dell’infingimento. Non si improvvisa, non tuba con lo spontaneo, non è sorgiva e senza filtro. Vale ciò anche per l’evento misterioso che chiamiamo ispirazione. Tu mi dirai, ancora, con quale autorità io verghi codeste sentenze. Ebbene, con nessuna autorità. Vedi, non c’è volta che io mi accinga alla sempre tellurica, improgrammabile, soave sfida davanti al foglio bianco – di carta o elettronico – senza domandarmi il senso vero di quello che sto per fare, oltre ad appagare e vellicare un comprensibile, umano impulso che ha i contorni del puro “me” dimorante in ciascuno di noi. Non c’è volta che, pur sporcando il foglio, misuri e scruti con scetticismo quelle righe che si vanno componendo. E le confronti, e le rimugini. E le cancelli, e le riscriva. Ma anche no. Non sempre le trovo adeguate, indispensabili, giuste. Pertanto, mi fermo. Io so che con sempre timorata pudicizia accosto il termine “poeta” a me stesso e spesso accudisco il tremore quando lo spirito della poesia (o almeno qualcosa che vi rassomigli) mi viene a trovare. Fallo anche tu, sii cortese. Prova un poco di terrestre imbarazzo.
Ascolta, caro poeta, mettitelo bene in testa: la poesia nulla ha a che fare con lo sfogo, poco con la confessione, pochissimo con l’auto-terapia. Non è neppure un pensiero così come viene, un pensierino, un quadro, un’invettiva. Essa, ripeto, non si definisce e non si didascalizza. Bensì possiede un canone, un codice. Essa è la contea della libertà che sola esiste se osserva uno statuto, una tradizione. Per cui, la poesia è fare, fabbricare, incastrare, torturarsi a fin di bene. Disciplina, auto-censura, studio, lettura diluviante e dilavante. La poesia compare e soggiorna nella tua stanza solo che la si forgi con duro lavoro e duraturo sacrificio. Rileggila la poesia che scrivi, smettendo i tuoi panni e cercando di vestire quelli di un altro. Del lettore. Se la tua poesia non “suona”, non vibra oltre le tue illusioni gratificanti, bruciala. Ritenta, semmai. Ma poi prendi in conto di non scrivere più. La poesia, infine, è scienza, forse la più perfetta, laddove non ve ne sono ormai più di esatte. È faticosa, lenta, pietra smerigliata nella tecnica e nell’anima, nella tradizione e nell’altrove, mentre la tecnica è troppo spesso ingoiata nell’oblio. Coltivala come una coccia di basilico, seppure essa non ti risparmi ingiurie. Corteggiala, chiedigli conto. Di fronte a risposte evasive o implacabili, scegli il silenzio. Diversamente, amala, diffondila. La poesia è un atto d’amore, anche destinato a perdersi. Sebbene l’amore non basti a comporre una poesia. Di nuovo: studia, leggi, medita, conta le sillabe, togli, aggiungi, cancella, attendi. La poesia esige rigore, tempo oltre il tempo. Se c’è, la folgore si paleserà. Ma non sarà il tuo io a riconoscerla, eventualmente lo farà la tua commozione e la tua ragione, avvolte in una musica. In un ritmo.
Prima di salutarti e prima che questo giorno di Natale si chiuda su quelli che forse riterrai degli irritanti e non richiesti memento, voglio confessarti quanto segue: l’essere umano non può e non potrà fare a meno della poesia. Mai. Essa si rintanerà da qualche parte, verrà schernita o equivocata, irrisa e banalizzata, mal insegnata e impropriamente celebrata, scambiata per un cartoccio di sardine al mercato in un qualunque molo o per un uno scialbo vocalizzo. Non importa. La poesia lo sa. Lo ha messo nel conto. Essa, ciò nonostante, è più forte di tutto. Come scriveva il poeta Ceronetti “dove passa la poesia c’è un po’ meno dolore, un po’ più coraggio a morire”. Non odiarmi, dunque, se puoi. In fondo, son poeta anch’io. O meglio, uno scrittore di versi. Lascia che lei, la poesia, si posi semmai sulla tua spalla. E faccia parlare gli altri. Ma niente forzature. Non ha altri nomi, se non quello di miracolo. Ci appartiene, qualora persino intrattenga traffici con l’oltremondo. La poesia è un fiore e Cristina Campo sussurrò un giorno che “il fiore è il nostro segno”. Trattalo bene, amico poeta. “Pezzetti di carta con macchie e graffi – scrive sempre Ceronetti – dove nulla è leggibile e dove tutto illumina”.
Non ti scriverò più, poeta. Conservati. Resisti. Esisti. Dileguati.
A. G.

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