Caos calmo in pastoso intarsio di colori. Marco Turilli, architetto ternano 56enne, taglia il traguardo della sua prima, vera – seppur piccola – mostra personale, nei locali della biblioteca comunale che si affacciano su una piazza “lumiere”, e ci arriva al momento giusto, ovvero quando la maturità anagrafica e quella artistica sembrano coincidere.
Molto Pablo Ruiz y Picasso, un poco di Jean Michel Basquiat, Turilli rielabora la lezione e i modelli di questi due grandi maestri (in particolare lo spagnolo) con un segno, una pennellata e soggetti assolutamente personali. Ciò che nei suoi quadri colpisce immediatamente, scolpendosi nello spazio, è il gioco neocubista tanto quanto la tirannia rutilante del colore. Come un cazzotto scodellato in faccia all’osservatore.
Un mondo – forma e poesia, linguaggio e intuizione – fatto di “pezzi” che si toccano, di elementi che si compenetrano in un piano monodimensionale in guisa di tavolozza circense e surreale, geometrica e caotica, gioioso orgasmo cromatico. Straordinario puzzle di linee rette e nette e di stordenti patchwork anatomico-cosanti. Una volta Michel Foucault scrisse che “forse un giorno il secolo sarà deleuziano”. Ecco, impalandosi davanti alle creazioni di Turilli si ha la sensazione che la previsione del grande filosofo francese si sia realizzata: nel rizoma nomade di Gilles Deleuze, nelle aperture di senso e di concetto da egli postulate.
Ovviamente, nulla è casuale nella tela turilliana, creazione notturna preceduta da bozzetti a matita: occhi sgranati e pupille inquiete (elementi in netta prevalenza), piedi e fiori, dentature e scritte, figurazioni appena abbozzate e risalenti in arazzo postmoderno, e poi ancora oggetti dei più variegati, fluttuanti eppure ben posizionati nella composizione, frutti, labbra, mammelle, bocche, scarpe, musi ferini e felini, trombe e pesci, alberi e laghi metaforici. Siamo di fronte, insomma, a quella che potremmo definire una sorta di pittura totale, laddove angoscia e leggerezza, libertà visionaria e ordine costruttivo, sogno e travagliato richiamo al reale, convivono, amoreggiano e si provocano. Una piccola-grande mostra che l’autore ha voluto chiamare (ambiguamente e icasticamente?) “Il sonno della ragione”.
Di fronte ai quadri di Turilli ci si potrebbe perdere per ore, lasciandosi irretire e scuotere da una infinità miracolosa – solo a volte ridondante – di segni, cenni, brandelli, segmenti, matrioske sceniche plurali nell’uno della rappresentazione. Se l’eredità epigona cubista è evidente, l’ ”horror vacui” di ascendenza barocca e un certo sberleffo felliniano giocano a nascondino nell’opera turilliana. E illuminano il sorprendentissimo caleidoscopio coloristico. Guizzi acrilici, ripassi ad olio, strati di gesso per partorire tinte euforiche.
Il rischio, forse, è quello di un “hortus conclusus” manierista, quantunque nell’atto creativo la propria cifra impudica sia garanzia di periglioso talento. Attendiamo con prudente fiducia ulteriori percorsi e sviluppi della tavolozza di Turilli. Per ora, nell’approssimarsi della notte di Natale, godiamoci (fino al primo gennaio, dalle ore 17 alle 20) queste opere. Così sfavillanti e misteriose. Così primitive e certosine.
A.G.












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