Lo storico parco della Passeggiata a Terni
Ho voglia di scrivere cose banali, ovvie, scontate. Pertanto dirò che abbiamo un indifferibile bisogno di costruire e coltivare una speranza possibile da applicare alla vita della comunità che abitiamo e alla sua amministrazione. Qualcuno se ne dovrà presto far carico, nei tempi e nei modi praticabili.
Speranza non è parola vana e retorica , benché come tante altre abusate, logore, adoperate troppo spesso con intenzioni insincere e melliflue. Aveva una sua sostanza ed oggi si è fatta necessità inderogabile, di fronte allo sfascio colpevole e duraturo del nostro tempo. La speranza è divenuto bisogno primario, seppure non ce ne accorgiamo e se più probabilmente ce ne accorgiamo, ce ne vergogniamo. Perché? Perché siamo ormai disabituati a pensarci come esseri defettibili e amorevoli che possono aspirare ad uno “stato” migliore di sé stessi e ad una convivenza più produttiva di utile e di bellezza con l’altro. Utile e bellezza non sono fini incompatibili. Al nocciolo: Abbiamo contrabbandato l’aggressività con la fermezza, il cinismo di seconda mano con la remissività operosa.
Ho voglia di scrivere cose banali, ovvie, scontate. Pertanto dirò che la speranza non può non andare a braccetto con l’amore. Amore di sé, temperato dall’amore possibile per gli altri. Per i diritti e i doveri degli altri. Diritti e doveri, mai inscindibili tra loro, come inscindibile è il valore altissimo della libertà individuale che si pone responsabilmente un limite fecondo nella tenuta della società stessa, nella continenza delle rivendicazioni di ciascun cittadino o gruppo sociale quale argine al vacuo rivendicazionismo, con il rischio costante di tramutarsi in egoistico e capriccioso. Ricorre la parola possibile, dunque, che a sua volta è diretta filiazione dell’idea e della prassi di “realismo”. Realismo è termine che compare nella cospicua letteratura politologica e di storia delle idee, legato tanto al pensiero conservatore che, in misura più blanda, al cotèe progressista. Il realismo perciò è la sfida del possibile, ma annaffiato dal rigagnolo della visione più alta e trapiantato nel terriccio del gradualismo imperterrito.
Ho voglia di scrivere cose banali, ovvie, scontate. E fatalmente parziali, incomplete. Scrivo queste righe che medito da tanto e che si sono rivelate nella loro urgenza indifferibile dopo aver letto alcune pagine “random” del libro del Mulino che contiene scritti selezionati di Giorgio Armillei (“La forza mite del riformismo”) e, vieppiù, dopo aver partecipato nelle ore scorse ad un denso incontro promosso dai suoi amici per ricordarne il pensiero e la figura. Mi hanno colpito alcune parole-scrigno del “manifesto” armilleiano: Realismo che trafigge il cinismo, misura come metronomo del pensare e dell’agire in cerca di un equilibrio dinamico – non grigio moderatismo, bensì gioiosa e decisa mitezza che funge da antidoto rispetto a velleitarismi utopici e rivoluzionari e a revanchismi reazionari e regressivi – , riformismo come sintesi, il diritto in quanto faro che illumina la norma transeunte, la scrittura come segno che incide e si ritrae, proiezione di una alacre presenza-assenza. Vorrei ulteriormente aggiungere, per quanto mi riguarda, l’anelito arduo e illuminante a innestare il senso nobile della tradizione che conserva nella modernità che innova e respira il proprio tempo, l’identità di una comunità e di un Paese (potremmo tranquillamente osar dire Nazione) nella inevitabile e arricchente accoglienza di altre culture. L’accoppiamento dell’unità con il molteplice genera la cornucopia delle differenze e l’abitudine al rispetto dell’altro. Dignità da pretendere e dignità da offrire.
Ho voglia di scrivere cose banali, ovvie, scontate. E quindi desidero ardentemente che tutto questo – bisaccia di sopravvivenza/risorgenza per una politica in referto vegetativo – possa divenire un giorno non lontano patrimonio comune di una classe dirigente che possa tentare di governare con orgoglio, senso del limite e della scommessa, la mia difficile e, per certi versi, irritante città. La nostra città. So che non avverrà, ma mi piace pensare, con la “forza mite del riformismo”, che prima o poi potrà anche accadere. Fottiamo il campo delle definizioni stanche di “migliori”, “ottimati”, “elites”. Piuttosto, bisognerà avere la forza di cambiare il paradigma radicalmente, senza anatemi e senza nostalgismi; occorrerà essere impopolari, osando laddove non è pensabile. Poiché, disse qualcuno, “gobernar no es bitumar”, ma neppure cementificar, né rinviar, né zavorrar il consenso al ribasso, con orge di clientele, con sfide populiste da guerre stellari. Andrà operato un lungo lavoro nelle menti e nei cuori, con pragmatismo e, al contempo, forza di orizzonti. Ognuno ha avuto i suoi maestri, buoni e cattivi, e i suoi riferimenti. Per me resta indimenticabile la lezione di Pasolini e il suo “vivere nella contraddizione” e quella di Pannella, conosciuto e frequentato nei miei vent’anni, e la sua visione della politica come atto d’amore a partire dall’individuo, fare nello scandalo.
Armillei è stato per me un buon conoscente, tanto discreto e timido quanto discreto e incerto sono stato io. Mi invitava spesso a scrivere sul giornale online della sua comunanza amicale e intellettuale, “Il landino”, io agnostico, scettico liberale destrorso e anarcoide. Ho sempre garbatamente declinato, senza peraltro fornire a me stesso e a Giorgio motivazioni neppure accennate per tale rifiuto. Non ce n’erano di reali in verità. Abbiamo vissuto, con Armillei, parabole per alcuni versi simili nella nostra differente esperienza di pubblici amministratori. Se posso, entrambi credo abbiamo agito con spirito da “civil servant”. Talvolta ne parlavamo nella nostra corrispondenza digitale e riservata. Aveva, tra i plurimi altri, un interesse pudico per la poesia ed era immancabile presenza nelle occasioni pubbliche in cui parlavo di poeti e di cose poetiche. Quelle poche volte che ci concedevamo confidenze bilaterali, alcune nostre differenze emergevano. Ma sempre impollinavano i nostri scambi di arguzia, tolleranza, semi fruttificanti. Lui, per il vero, molto più capace di me in questo. In una delle ultime scambievoli impressioni su quel telegrafo digitale che è whatsapp, mi scrisse misteriosamente o forse profeticamente: “Hai fatto cose buone senza saperlo”, mentre definiva sé medesimo un “osservatore curioso”. “Resisti – aggiungeva – anche se sarà sempre più difficile”. Una manciata di giorni dopo questi ultimi scambi, Giorgio se ne andava. Prematuramente, angosciosamente. Presenziai, muto vicesindaco e assessore alla cultura come lui era stato prima di me, ai suoi funerali. Esattamente due settimane dopo, concludevo anzitempo il mio mandato in Comune.
Potrei infine scrivere molte altre cose, ma siccome voglio scrivere cose banali, ovvie, scontate, credo sia tempo di chiudere il tabernacolo del passato per guardare avanti. Alla nostra città e alla necessità di un suo difficilissimo riscatto. Ognuno come potrà. Se vorrà.
AG
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