Il poeta, narratore, marionettista, saggista Guido Ceronetti
Se vi recherete – viaggiatori veri o transmentali – all’interno di una cattedrale gotica sulle coste di Bretagna o di Cornovaglia, trapasserete gli spazi vuoti di un colonnato ellenico, o verrete infilzati dalle sonore liturgie di un monastero ortodosso mentre ne varcate la soglia; se vi capiterà di ammirare, nella vertigine delle navate delle basiliche romanocattoliche o lungo le volute absidali delle chiese bizantine, l’opera del genio umano e cristologico, o magari di circumnavigare intimoriti le mura di una sinagoga praghese o parigina; ma anche qualora osaste spingervi, dopo aver salito gli scalini di una ziqqurat babilonese, fino ai sacri templi melmosi e scintillanti lungo il fiume Gange, rischiare la sanità delle vostre pupille dentro la plumbea gioia barocca, regno tantrico del dettaglio, di un museo di quadri fiamminghi, ma – perché no – perdervi nello sciamare di una suburra levantina piuttosto che in un nebbioso mercatino nordico, ecco, in questi luoghi troverete ad accogliervi il fantasma di Guido Ceronetti. Il suo ampio basco, il suo zigomo ghignante, lo sguardo aguzzo e sornione. Ceronetti, del resto, anche in vita è stato simultaneamente ben dentro il suo tempo e alieno da esso.
Lo scrittore torinese fu poligrafo irritante, un sacerdote spretato per reo e confesso esorcismo di sè stesso e del genere umano: pamphlettista e drammaturgo, polemista e narratore, saggista e traduttore, marionettista e teatrante, aforista, mezzo filosofo e poeta intiero. Soprattutto poeta nel corso di mezzo secolo e passa. Fu anche dissacratore e reazionario episodico, conservatore luminoso e antimoderno, antitecnologico, con un gusto tutto suo di spiattellare nel dibattito pubblico posizioni volutamente indigeste, ma più complesse e polisemantiche dell’apparire superficiale: sulle donne, sugli ebrei (egli, imparentato strettamente con ebrei scampati all’Olocausto), sui gerarchi nazisti superstiti, sulle spedizioni iperspaziali, sul genocidio armeno, sulla bomba americana, ma pure eutanasista convinto, salmista dell’immortale potere femminile, diacono del nichilismo pirotecnico, misantropo e amante dell’umano, delle sue tenerezze e, vieppiù, delle sue disperazioni. Anarchico e vegano, cultore della diseguaglianza e aguzzino del capitalismo debordante, antisocialista e a-fascista, profeta accorato del disfacimento ambientale e della distruzione del paesaggio. Biblista, latinista, gnostico, sacrilego e sacrofilo, erotomane trascendente, satiro e lirico, trequarti d’asceta e due terzi di mistico. Uno, nessuno e centomila Ceronetti. Un fratello di secondo letto del filosofo romeno spaesato Emile Cioran, con cui intrattenne omaggi e coltivò affinità elettive (ma le filiazioni e i rizomi ceronettiani si disvelano in cento rivoli e sorgenti).
Sì, fu soprattutto poeta, nonostante le decine di intriganti titoli in prosa, alcuni dei quali memorabili. Testi fustigatori del Belpaese, dei suoi governanti, dei governati, delle elites, del popolo.
La sua opera in versi è fondamentalmente riunita in due libri antologici: “La Distanza” (Rizzoli, 1996) e “Sono fragile sparo poesia” (Einaudi, 2012). Ed è una poesia tragica, battente una costante salmodia regolare nella forma, con ritmo di frusta e di sentenza, una litania rituale incalzante ordita di parole arcaiche e derivate, neologismi e immagini-simbolo ricorrenti, prelevate dal gorgo dei secoli, dai testi biblici, giudaici, latini, della cosmogonia induista. Dalle gallerie di musei rinascimentali, medievali, secenteschi. Un dettato poetico che sembra provenire da polverosi bauli rinvenuti in cripte, caverne, torri, irto di spezzature logiche e di salti sonori, rime ossessive, inserti lessicali e semantici misteriosi. Una poesia profetica e destinale, oracolare ed esoterica, avvolta nel climax del sacro e tutta annodata intorno all’apocalittico e compassionevole sguardo sulla miseria dell’uomo. Il sapiens-sapiens odierno, in particolare. Non sfuggono a Ceronetti fatti della cronaca e della politica, trasfigurati, non gli fa velo la putrescenza della società smarrita e l’inganno della modernità soffocante. La divinità e l’uomo deambulante sono il centro della sua poesia.
I versi di Ceronetti non vogliono piacere, nemmeno tanto a chi li ha scritti. Non palesano l’esigenza di farsi capire, bensì allargano ferite, chiedono salvezza, liberano colombe, invocano carezze ed anatemi. Le sue costruzioni iconiche e simboliche, in un’orgia di enjambement e di ellissi grammaticali, rappresentano la malattia del mondo contemporaneo, ma anche l’aggrapparsi all’amore. Il tentativo di connessione con l’Assoluto si smusa con il sentimento di una stercoraria finitezza, così come il corteggiamento della luce è indissolubile dal buio-padrone. Tra gli endecasillabi si affacciano figure e rimandi di difficile interpretazione, coerentemente con il neo-ermetismo sconcio e sepolcrale dell’autore che, non a caso, pubblicava spesso poesia con plurimi e bizzarri eteronimi. Sarebbe inutilmente lungo in questa sede richiamare i tanti autori e testi di cui il letterato sabaudo è debitore a vario titolo, dalla notte dei secoli alla carne viva del 900.
Il planetarium poetico dell’alchimista Ceronetti lascia interdetti e infastiditi come un rostro roteante nel secolo breve. Il suo armamentario di temi e stilemi ci proietta nella incessante giostra di fuoco demoniaco e visioni di angeli. Noi lo malediciamo e gli siamo grati per la sua quasi sterminata opera, poiché sull’opera egli ha puntato. La sua “medicina” va assunta a dosi prudenti ed omeopatiche, per non morire più volte, per non disperare oltremodo. Per non impazzire storditi e annichiliti. E nonostante ciò, i libri di Guido non possono mancare negli scaffali che lui tanto odiava. Sono lanterne sorveglianti nella notte, misurano il vento ululante del transito umano sul pianeta terra.
Esili giorni dell’oscurità
E il disastro degli esseri attraente
Della carne estenuata l’eco e il timbro
Tra le rovine sue risuscitando
Che una poesia di amante li raccolga
Lettrice dei bei sogni desolati
Quanti ne fai coltello del miracolo
Dei contatti infiniti tra miserie
Da gola rotta esce la pietà
E scruta le macerie fulminate
Della luce negli occhi delicati
E il suo tormento tra le mani cieche
Le troppe mani che in solitudini
Parricide incarnate trepidano
E i visi enormi d’uomo e di materia
Sfigurata che vivono nell’uomo
Che una poesia capace li raccolga
Sulla lingua della sua lacrima
*****
Ahi lo straziato corpo della vita
Nella notte che piange i morti figli
Batte alla porta e casca senza vita.
Io ti rivelo il mio viso atterrito:
Sul mio letto è quel corpo singhiozzato
Tutto piagato dal male infinito.
E come baci nel gelo persi
Piango ogni vita in questi segni impressa
I mari ventrali e le croci dorsali.
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