Il poeta russo Velimir Chlebnikov
Straordinaria, dura, magica terra di grandi inventori di storie e di parole la “madre” Russia, anche quando è matrigna. Le sue città equoree e spaziose, gelide e cupolanti, così come i suoi villaggi implacabili e atemporali hanno partorito, blandito, afflitto veri e propri sciamani della letteratura, incredibili visionari.
Velimir Chlebnikov fu senza meno la “madonna pellegrina” di questa schiera. Nato nel 1885 ad Astrachan, città del sud della Russia adagiata lungo il Volga, condusse una vita breve (morì nel 1922), continuamente errabonda, miseranda e inquieta; alieno da ogni lavoro fisso e convenzione sociale, denutrito e malaticcio, vestiva con stracci o sacchi, scrivendo spesso i suoi incredibili versi su pezzi di carta stipati nella fodera del cuscino. Certo è che la sua figura filiforme, ombrosa e solinga, già in vita, era accompagnata da un inscalfibile alone di leggenda, da una stupefatta aneddotica, tanto da essere venerato quale stregone-demiurgo del verso dalla cerchia degli amici cubofuturisti, Majakovskij in testa. Sodali con i quali fu protagonista di memorabili performance nei celebri cabaret pietroburghesi del tempo. In effetti, Chlebnikov (identificato dai suoi contemporanei come un uccello, un airone, un fenicottero) riteneva se stesso una sorta di incompreso e geniale sacerdote, officiante dei fiori, depositario di una missione salvifica presso gli uomini. Un guitto istrione e dalle posture di profeta. Protagonista delle prodigiose avanguardie letterarie russe, non stupisce dunque vederlo quale estensore di improbabili proposte per il genere umano (città di vetro, case-mobili, alfabeti universali, bislacchi veicoli) e capo riconosciuto di una strampalata congrega di 317 rifondatori del mondo, autoproclamatisi “Presidenti del Globo Terrestre”. Bambinesco ed indifeso, un Rasputin del verso e delle mirabilia della natura, uno zar dei pezzenti.
Oltre tali aspetti biografici, Chlebnikov è stato soprattutto uno dei più straordinari artificieri della parola che la poesia novecentesca possa aver concepito, una inesauribile sorgente di analogie e metafore scoppiettanti, spiazzanti, un maestro misconosciuto dalla posterità, pellegrino incantato nel paese dilaniato dalla guerra civile, in cui stavano rifulgendo spinte innovative senza pari in campo letterario: custruttivisti, acmeisti, futuristi, tardosimbolisti e cubisti. Dobbiamo ancora una volta ad Angelo Maria Ripellino la scoperta, lo studio e la traduzione di Velimir che, nella sua speleologica e illuminante introduzione alle “Poesie” chlebnikoviane per Einaudi, scrive: “Una incoercibile trasandatezza possiede l’intera creazione di Chlebnikov sin dalle strutture. Le sue pagine sono mistioni di materiali eterogenei, di frange difformi congiunte alla rinfusa, incollamenti di brandelli verbali…Inabile a stringere in netti contorni e raccordi i concetti, deragliando continuamente da un piano all’altro, Chlebnikov dilata ogni lirica con innesti e accavalla frantumi di strati dissimili, pronti a staccarsi dal testo e a far nascere nuovi conglomerati. È il trionfo del non finito….la punteggiatura approssimativa…La sua poesia…tutto scosse, stops, incertezze, arruffìo, distorsioni…Come lui stesso indicò, il bilico e la serpentina costituiscono i movimenti maestri della creazione…Paradiso dell’iterazione: lungaggini a vuoto…campi d’alta tensione…”. E alcune pagine dopo: “Pur immerso nel più dissennato e incongruo frammentarismo, Chlebnikov aspira paradossalmente al trionfo dell’interezza, a un’ontologia del continuo”.
In Chlebnikov l’esistenza concreta e quotidiana si fonde totalmente con la dimensione poetica in un mondo magico e caotico, smarrito. Inventore dello “zaum”, linguaggio trasmentale forgiato da fonemi e reperti linguistici, numerologie e cabale di elementi, sortilegi sintattici e ripetizioni verbali, riprese e interruzioni, filastrocche di non-senso, egli interpreta la loquela degli uccelli, il fruscio dei boschi, i flutti delle marine, i gorghi dei venti, non spingendosi mai al punto di dissoluzione completa della lingua; anzi, non di rado, ne emerge una specie di elegia rapinosa e immaginifica. Nelle sue stupefacenti composizioni si accavallano temi e situazioni in varianti plurime, un sentiero sconnesso le accomuna. Ed ecco che allora Chlebnikov, astuto e candido, buffonesco e dolorante, si fa cantore di trasmutazioni psico-naturalistiche, di metamorfosi spazio-temporali, tanto che in una stessa poesia-quadro (egli fu peraltro geniale traspositore delle tecniche e teorie delle avanguardie pittoriche del tempo) coesistono eventi, personaggi storici di luoghi ed epoche diversi, presenze fantastiche ed esattezze geografiche, nomenclature reali ed irreali, astrazioni ed esplosioni di dettagli, l’enorme e il microscopico, miti e zoologie personali. Ancora: orde mongoliche e chan tartari, masnadieri cosacchi, demoni e befane, idoli ancestrali, tundre gelate e steppe aride, cime caucasiche e immensità siberiane, asperità uraliche e magie di Persia, fiumi e mari assolati. Tutto si manifesta in Chlebnikov come nostalgia di una arcadia slava, orientalismo e mal d’Asia – come scrisse l’impareggiabile Ripellino -, difesa di una Russia pagana, atavica e perduta, stregata e terribile. In qualità di re dell’impossibile in lui convivono l’ansia del primitivo, del regresso primordiale, l’utopia gioiosa con lo slancio verso angosciose città dell’avvenire, lanciate verso macchinose e futuristiche possibilità. Ma il sacco rappezzato di questo nomade colto e mutevole contiene molto altro, truccherie e inquietudini d’ogni fattura, elenchi e cataloghi sconfinati di cose e nomi, costrutti polisemantici, frammenti vorticosi, abracadabra e pitture deliziose, alfabeti e slanci panici, invenzioni incontenibili.
Probabilmente il lascito incancellabile di Chlebnikov è la sua capacità di sentire/vedere il mondo come un fanciullo e di renderlo come un Merlino consapevole dei propri mezzi, con un lirismo miracolistico e ai limiti dell’esoterico: odori, profumi di nature e villaggi, foreste e sprofondi notturni, mucchi di mandrie, voli di colombi e farfalle, l’orrido per il linguaggio comune, il riso, la gaiezza della danza, essenze di fiori e di tempeste, torpori ottici ed euforie cromatiche, voci e sguardi di donne, tutto ciò è espresso in un clima di favola, di visione tangibile e tutto acquista un passo di sogno, di tenero lirismo nel cestello delle sue incredibili seduzioni traslate, sfrenata empatia tra scrittura e mondo. Nella Russia ancora grondante delle opere – immense – di Dostoevskij e Puskin, Cechov e Gogol, l’airone Chlebnikov è passato come un fantasma che ha lasciato ovunque la propria polvere di giocoliere verbale e di pifferaio. Il suo destino si è fatalmente compiuto con una morte solitaria e di stenti, dopo una vita cenciosa ed eccentrica. Alcuni dei più grandi poeti russi a lui coevi e a lui sopravvissuti, da Mandelstam alla Cvetaeva, da Pasternak alla Achmatova, gli sono in qualche modo perenni debitori.
Mi sono visibili il Cancro, l’Ariete,
e il mondo è solamente una conchiglia,
dove fa da perla
ciò di cui sono malato.
Tra fischio di fremiti incede uno scalpito, una specie di C,
e allora le onde e i pensieri mi parevan parenti.
Come vie lattee qua e là spuntano donne.
Di affabile banalità
è inebriata la nebbia.
Stanotte amare poteva persino una tomba…
E il vino serale
e le donne serali
si intrecciano in un’unica ghirlanda,
di cui sono il fratello minore.
*****
A chi racconticchiare
quanta importanza si dava la signorina,
no, non una signora importante,
ma, a dir così, una ranocchia:
grassoccia bassi a e col sarafan,
e teneva una grande amicizia ritorta
coi príncipi delle conifere.
E le paludi specchianti
segnarono le orme,
dove ella passò a primavera,
la vergine dell’acqua ventosa.
*****
Gli elefanti si battevano con le zanne così,
che parevano bianco macigno
sotto la mano di un artista.
I cervi si intrecciavano con le corna così,
che pareva li unissero antichi sponsali
con reciproci ardori e reciproca infedeltà.
I fiumi confluivano in mare così,
che la mano dell’uno pareva strozzare il collo dell’altro.
*****
Con un gorgoglio-fischio
gli uccelli smisero di alzarsi a volo.
Foglia trepidante,
essi non volavano.
E un uccello-nuvola trovò,
gettando tenebría sulle bassure,
come un’alta ala
di notturno cigno di tempesta.
Arcane si tendevano le piume
dietro alla scura larga ala.
Fuggendo la scienza dell’ipocrisia,
io saltavo a dispetto del buio.
*****
Gli uomini, quando amano,
facendo lunghi sguardi
ed emettendo lunghi sospiri.
Le bestie, quando amano,
iniettando torbido negli occhi
e facendo morsi di schiuma.
I soli, quando amano,
coprendo le gambe di stoffa di terre
e a passo di danza incedendo verso l’amica.
Gli dei, quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo,
come Puskin la fiamma dell’amore per la cameriera di Volkonskij.
*****
LUGUBRE
Quando sarò venuto a noia a me stesso,
andrò a gettarmi dentro al sole d’oro,
indosserò poi un’ala sussurrante,
il vizio mischierò alle sacre cose.
Son morto, morto, ed è sgorgato il sangue
per la corazza in un’ampia fiumana.
Mi sono ridestato in altro modo,
fissandovi con occhio di guerriero.
*****
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.
*****
Né la fragili ombre del Giappone,
né dell’India le canore figlie
possono echeggiare più luttuose
dei discorsi dell’Ultima Cena.
Sul morire la vita ribalena,
ma molto in fretta e in tutt’altro modo.
E questa norma fa da fondamento
al ballo della morte e del successo.
*****
Di donnole
i seni tra l’erba,
voi siete tutta respiro di torbide arsure.
Stavate sotto un albero,
e le trecce
stringono un groppo di crude lagnanze nell’incavatura,
e nelle ore azzurre vi avviluppa
la treccia di rame.
Stringono, bruciano i loro zampilli di rame.
E il tuo sguardo è capanna,
in cui stringono l’arcolaio
due matrigne, due filatrici.
Vi ho bevuta come un bicchiere pieno,
mentre nelle ore azzurre
guardavate la ferrea lontananza.
Ma i pini picchiarono sopra lo scudo
delle loro foglie gorgoglianti,
strizzando lo sguardo di vecchie.
Ed ora
mi stringono, bruciano le trecce di rame.
*****
Vento-canto.
Di chi e su cosa?
Impazienza
ha la spada d’esser palla.
Gli uomini vezzeggiano il giorno della morte,
come un fiore prediletto.
Sulle corde dei grandi, credete,
suona adesso l’Oriente.
Forse un nuovo orgoglio ci darà
il mago delle splendide montagne,
e, battistrada di molta gente,
indosserò la ragione come un bianco ghiacciaio.
*****
In questo giorno di orsi azzurri,
passati in fretta per le quiete ciglia
intravedo oltre l’acqua turchina
nella coppa degli occhi l’ordine: svegliati.
Sull’argenteo cucchiaio degli occhi tesi
mi è teso il mare con la procellaria;
e al mare mugghiante la Rus’ degli uccelli
vola, vedo, fra ciglia sconosciute.
Ma un monsone di amori capovolge
una vela nell’acqua ovalmente turchina,
ma per questo spariscono nell’irrimediabile
il primo tuono ed il seguito primaverile.
*****
NUTRIZIONE D’UN COLOMBO
Voi bevevate il caldo alito d’un colombo
e, tutta ridendo, lo chiamaste sfrontato.
Ma lui, ficcato il becco adunco nelle labbra dipinte,
e palpitando con l’ala, vi riteneva colomba? È improbabile!
E uno stormo di rigogoli volava,
come un triangolo d’albe, verso il corpo,
nascondendo col buio delle ciglia
le specchiere dei mari mattinali.
Cadevano bassi come un canto di zar.
Dietro la loro luccicante paglia,
come per l’aria d’un tempo d’oro,
a tratti sussultava il conosciuto
erto volo d’un colle sulla terra.
E le zampine cremisi del colombo
annegavano nella sua pettinatura,
venne a volo, aggricciato autunnalmente.
È in disgrazia presso i compagni.
*****
Russia, tu sei tutta un bacio nel gelo!
Azzurreggiano strade notturne.
Un lampo azzurro amalgama le labbra,
azzurreggiano insieme quello e quella.
Nelle notti talvolta un lampo vola
dalla carezza di labbra accoppiate.
E a un tratto aggira lesto le pellicce
Il lampo, azzurreggiando senza sensi.
Ma luccica la notte, saggia e nera.
*****
Bambina! Se gli occhi sono stanchi d’esser larghi,
se acconsentite a chiamarmi “fratello”,
io, occhiceruleo, giuro
di tener alto il fiore della vostra vita.
Vedete, io sono così, sono caduto da una nuvola,
molto male mi hanno arrecato
perché ero diverso,
non affabile sempre,
non amato in ogni dove.
Se vuoi, saremo fratello e sorella,
Del resto già siamo in una libera terra liberi uomini,
facciamo noi stessi le leggi, le leggi non vanno temute,
e plasmiamo l’argilla delle azioni.
Lo so, siete bellissima, fiore dell’azzurro,
ed io d’improvviso sto bene,
se parlate di Soci
e gli occhi soavi s’allargano.
Io, che a lungo ho di molto dubitato,
d’un tratto ho creduto per sempre
che è vano per un taglialegna spaccare
ciò che fu là preordinato…
Molte parole superflue noi schiveremo.
Semplicemente servirò messa per voi,
come un sacerdote capelluto dalla folta criniera:
di bere i rigagnoli azzurri della purezza
e dei nomi terribili noi non avremo paura.
*****
Si affilia il filo azzurro delle notti,
soffia in tutto ciò che v’è di caro,
e qualcuno chiamava con languore,
pensando alle amarezze della sera.
Ciò accadeva quando sulle barche
si accendevano tre stelle d’oro,
e quando una tuia solitaria
distese sopra una tomba i suoi rami.
Ciò accadeva quando i titani
di scarlatti turbanti si vestivano,
e l’impegno illegale d’un monsone
era bello, ignorandone il motivo.
Ciò accadeva quando i pescatori
cantavano parole di Odisseo,
e in lontananza sul flutto marino
un’ala in alto si levava sghemba.
*****
Le ragazze , quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze che abbassano le lance
Sui laghi delle proprie ciglia.
Le ragazze che lavano le gambe
Nel lago delle mie parole.
*****
IL RIFIUTO
È per me di gran lunga più gradevole
osservare le stelle,
che sottoscrivere una sentenza di morte.
È per me di gran lunga più gradevole
ascoltare le voci dei fiori,
che bisbigliano: “È lui!”,
quando passo per il giardino,
che vedere i fucili,
che uccidono quelli che vogliono
uccidere me.
Ecco perché non sarò mai
e poi mai
un uomo di governo!
*****
Ancora una volta, ancora una volta
io per voi
sono stella.
Guai al marinaio che ha preso
un angolo falso della sua barca
e della sua stella:
si sfascerà sugli scogli,
sui banchi di sabbia subacquei.
Guai anche a voi che avete preso
un angolo falso del cuore verso di me:
vi sfascerete sugli scogli
e gli scogli rideranno
di voi,
come voi avete riso
di me.
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