La poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo
Una cerva altera che ti scruta con gli occhi liquidi dall’altura di un poggio, dentro un bosco nebbioso, i raggi del sole che a fatica squarciano la bruma. Avrei dato forse la metà dei beni materiali lasciatimi dal mio povero padre per poter frequentare almeno un poco, in vita, e intrattenermi in qualche conversazione con Vittoria Guerrini. Cioè, con Cristina Campo, ovvero Bernardo Trevisano, Puccio Quaratesi, Benedetto Padre d’Angelo, Federica Di Palma, Giusto Cabianca. Avrei quindi chiacchierato sempre con la stessa creatura, nascosta dentro altri nomi, quella che di sè annotò: “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”; colei che cercava ossessivamente il “sapore massimo dì ogni parola”, fino, appunto, a cesellarle, rarefarle – ella vivente – in un paio di memorabili libri di saggi (Fiaba e mistero, Il flauto e il tappeto) e in un solo volume di poesie, Passo d’addio. Ma scriveva e studiava, tra i tormenti, Cristina, e il resto della sua parca e luminosa produzione (poche altre poesie, epistolari straordinari, traduzioni, altri due saggi) uscì postuma presso le edizioni Adelphi.
La morte la colse a Roma, 53enne, cardiopatica e affaticata, nell’inverno del 1977. La sua esistenza sembra una fiaba triste, la sua figura si stagliò quasi leggendaria, già in vita: frizzante e meditativa, ascetica e accalorata, distante e in cerca di premure. Un carattere intransigente e patito, tanto quanto provocatorio, magnetico. Amori e, soprattutto, incontri e amicizie intellettuali, spirituali: i primi, con il germanista Leone Traverso e, per molti anni, con Elemire Zolla, scrittore, filosofo, studioso delle religioni e del misticismo; i secondi, con il grande poeta Mario Luzi, la poetessa Margherita Pieracci, Roberto Bazlen, il filosofo Andrea Emo, Guido Ceronetti, Giovanna Bemporad, Piero Bigongiari, Curzio Malaparte, Ezra Pound, Eugenio Montale. Ma pure frequentazioni con sacerdoti, prelati, frati, anacoreti, mistici. Insomma, la Campo fu solitaria nella sua rutilanza e rizomatica nella sua solitudine destinale.
Le affinità elettive con gli autori, tradotti, sviscerati e introdotti: l’amatissima Simone Weil, il nume von Hofmannsthal, Holderin, T.S. Eliot, W.C. Williams (con cui intrattenne lettere e rendez-vous), John Donne, Virginia Woolf. Ma non solo. Sul comodino o sullo scrittoio nelle sue essenzialissime stanze, Cristina Campo faceva vorticare Proust e Pasternak, i canoni del Concilio di Trento e il Russicum, il Sacramentario Leoniano e San Giovanni della Croce, Marianne Moore e Machiavelli, Leopardi e Ungaretti, Galileo e Dostoevskij, Gaspara Stampa e Solzenicyn, Emily Dickinson e Katherine Mansfield, Caterina da Siena e Marina Cvetaeva, Montale, Checov.
Cristina cercava l’esattezza evocativa delle parole che metteva nero su bianco con forma adamantina, in strofe brevi e oracolari, ordinate e danzanti su endecasillabi prevalenti. Cristina intendeva la poesia come preghiera, rito, liturgia; si faceva carne per esprimere l’inesprimibile e per sondare l’amore scorticato verso Dio, quello luminescente e ombroso del sentimento umano. Si faceva carne e fiato sottile, senza assecondare il mero sfogo lirico e personale. La Campo risaliva verso la bellezza, salmoneggiava in cerca di pace, con un tremito morale soffuso. Tutto ha un senso, dopotutto, nell’avventura terrena e poetica di questa donna che soleva rasserenarsi tra abbazie, monasteri e pievi eremitanti; che aveva abbracciato l’ortodossia cattolica tradizionalista, la messa di rito tridentino e che inalava speciali beatitudini nelle cerimonie sonore gregoriane, così come tra le sinfonie celestiali, severe dei riti bizantini e cristiano-ortodossi.
Così scrive Pietro Citati nel 1999: “La prima immagine che ci lascia Vittoria Guerrini è quella di una ragazza brillante e scintillante, che amava la frivolezza. Avrebbe voluto essere un gatto e vivere in un mondo di gatti…o diventare Alice e attraversare come lei lo specchio che ci divide dall’altra esistenza…Amava trasformarsi: cambiare nome, carattere e linguaggio…Immaginava di essere una vergine quattrocentesca, come aveva visto nei quadri di Botticelli e del Carpaccio…Non sopportava che la bellezza. Non sopportava che la felicità. Qualche volta – lei che soffrì tanto – ebbe il dono di mutare in felicità tutto quello che toccava. Come Proust giovane, aveva un intensissimo bisogno di adorazione e di venerazione. Pochi come lei ebbero un dono naturale di scrittrice: eppure dovette scegliersi una serie di modelli, per i quali nutrire una devozione assoluta, e identificarsi con loro. Di lei non doveva restare nulla: solo un’ombra adorante ai piedi di un grande angelo dalle ali fastosamente colorate…Voleva la perfezione: i gesti perfetti, i libri perfetti, le parole adamantine pronunciate tra amici in una conversazione squisita. Attorno a lei, non doveva esserci né volgarità né ombra. Anche l’esperienza della vita doveva bruciare ogni apparenza. “Bisogna vivere tutto fino in fondo. Ogni volta che si torna indietro è per tracciare di nuovo il cerchio, ancora e ancora finché non sia perfetto”. Specialmente trovava belli i luoghi: le città dove il tempo, gli eventi e il dono artistico degli uomini si erano composti in un disegno intoccabile…Qualche volta sbagliava: confondeva i gesti della perfezione (che sono così facili da imitare) con la vera perfezione – che è sempre segreta, e non proclama sé stessa. Venire ossessionati dalla perfezione è la via più sicura per non arrivarci mai: eppure lei ci giunse, e lasciò alle sue spalle, quasi senza saperlo e volerlo, un’opera piccola, ma densissima e senza macchia. Aveva sempre amato la bellezza fisica: quella dei gesti e dei riti: il grande spettacolo teatrale, che è la vita quotidiana della Chiesa cattolica; e col tempo bellezza e fede diventarono per lei la stessa cosa…”.
Affrontando i versi della Campo, come chi entra notturnamente in un battistero incustodito, non ci si potrà non trovare dinnanzi ad un’anima speciale, ad una tessitura di paesaggi e architetture, simbologie scelte e luoghi e aeree torsioni esistenziali che ricordano non di rado la voce della Dickinson. La poetessa di Bologna inseguiva il nocciuolo di ciò che è amore, l’essenza della chiarità e della grazia, il filo autentico dell’esistenza, il violino trinitario del dolore. L’alito del divino per lei accompagnava il passo dell’uomo in un lento addio, nell’impermanenza del mondo terreno. Così bello, struggente, futile, necessario. Il fiore, si diceva, era il suo segno. Il fiore di Cristina.
Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.
Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.
E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.
*****
Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.
Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…
O signore e fratello! Ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:
“Nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta”.
*****
Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;
ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
riconduca la vita a mezzanotte.
E la mia valle rosata dagli uliveti
e la città intricata dei miei amori
siano richiuse come breve palmo,
il mio palmo segnato da tutte le mie morti.
O Medio Oriente disteso dalla sua voce,
voglio destarmi sulla via di Damasco –
nè mai lo sguardo aver levato a un cielo
altro dal suo, da tanta gioia in croce.
*****
L’aria di giorno in giorno si addensa intorno a te
di giorno in giorno consuma le mie palpebre.
L’universo s’è coperto il viso
ombre mi dicono: è inverno.
Tu nel vergine spazio dove si cullano
isole negligenti, io nel terrore
dei lillà, in una vampa di tortore,
sulla mite, domestica strada della follia.
Si stivano canapa, olive
mercati e anni…Io non chino le ciglia.
Mezzanotte verrà, il primo grido
del silenzio, il lunghissimo ricadere
del fagiano tra ale sue ali.
*****
Nobilissimi ierei
grazie per il silenzio,
l’astensione, la santa
gnosi della distanza,
il digiuno degli occhi, il veto dei veli,
la nera cordicella che annoda ai cieli
con centocinquanta volte sette nodi di seta
ogni tremito del polso,
l’augusto cànone dell’amore incommosso,
la danza divina del riserbo:
incendio imperiale che accende
come in Teofane il Greco e in Andrea Diacono,
di mille Tabor l’oro delle vostre cupole,
apre occhi del cuore negli azzurrissimi spalti,
riveste i torrioni di Sangue…
*****
È rimasta laggiù , calda, la vita,
l’aria colore dei mei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…
Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.
Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…
Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco.
*****
ELEGIA DI PORTLAND ROAD
Cosa proibita, scura la primavera.
Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…
Cosa proibita
scura la primavera.
Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?
(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).
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