Hanno banalmente ragione gli antipaticissimi cugini francesi che in queste ore – le ore stranianti e amare della rielezione del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella – nei loro titoli giornalistici e nei loro editoriali disegnano il nostro Paese come la patria della politica da corridoio e del litigio. Sì, sebbene nessuno sia perfetto, nemmeno i francesi, i belgi e i tedeschi, duole ammetterlo.
Il Belpaese è bello, anzi meraviglioso, e basta. Non è poco. Ma per il resto, se la politica è (come è) il riflesso del paese, lo specchio lacaniano di una diffusa onto-antropologia e di una storia patria, ebbene le vicende quirinalizie nelle quali siamo tuttora immersi ci restituiscono, nei vizi (abbondanti) e nelle virtù (pochine) l’Italia dei Borgia, delle trame papaline e principesche, delle congiure venefiche e maldestre tutte consumate negli androni e sui marmi degli aviti palazzi, l’Italia dei Valentini, dei Ducati padani e delle trippaglie borboniche, delle nanesche pulsioni orticellari, della eccezione che diventa norma, dei Pulcinella, degli Arlecchino, dei Balanzone, ma anche dei Michelangelo, dei Leonardo, dei Guglielmo Marconi. Peccato che probabilmente i primi ci rappresentino di più e così all’estero ci vedono. Visto – fuor di ogni putrebondo moralismo – lo spettacolo offerto dalla classe politica nazionale (chi più, chi meno) in occasione dell’elezione del Pdr, non possiamo manco dargli torto. L’eterno “Stivale” della incomprensibile, contorta, solare e muffita commedia dell’arte. Ma, non ci abbattiamo. Non si può che migliorare.
Ed ecco perché, al di là del dato di cronaca transeunte, non vale neppure più di tanto accanirsi con questo o quel leader di partito, con questo o quel protagonista. La storia e l’elettorato, semmai, li sanzionerà. L’accanimento e lo scherno valgono per la propaganda del momento e per lo sfogatoio populista e qualunquista. Certo, lo spettacolo offerto è stato come minimo deprimente, ma questo caccia casa. Uno spettacolo che se, da una parte, giustifica i disincanti e gli strali del popolo, dall’altra impone stringenti riflessioni e conseguenti azioni da parte dei vari livelli decisori. La questione, direbbe qualcuno, è dunque di sistema, e quello politico-istituzionale italiano è ormai evidentemente allo stremo. Non regge più. Tuttavia, si spera in un estremo sussulto che, senza per questo aggrapparsi alle solite derive di chi si appella ad un impossibile mondo perfetto e ad una classe dirigente di eroi privi di macchia e di paura, conduca alfine ad un carico di responsabilità e visione maggiori e più solidi; ad un processo corale di riforma della seconda parte della Costituzione; ad un ammodernamento dell’ ottocentesco Stato italiano che preveda, per esempio, il riequilibrio dei poteri, un meccanismo decente di selezione della classe politica. Nelle prossime settimane e mesi vedremo se quest’ultimo, illuminante frangente legato alle vicende del Colle condurrà – passando magari per coltelli, scomposizioni e ricomposizioni – ad un fremito di dignità o se, nella più simoniaca tradizione gattopardesca, tutto cambierà affinché nulla cambi. Siamo l’Italia dei Borgia, è vero, ma anche quella dei Marconi. Dal fondo del barile si può risalire. Forse. Una prece.
(Foto Adnkronos)
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